RACCONTI DI VIAGGIO

Uzbekistan

INCONTRI LUNGO LA VIA DELLA SETA

A cura di Franco CappellarI

L’Uzbekistan è un paese che toglie il fiato, dove le cupole turchesi incontrano il deserto e la Via della Seta continua a raccontarsi attraverso le persone che la abitano.

Sono arrivato a Urgench dopo una notte di viaggio, con Khiva come prima meta e la macchina fotografica pronta. Avevo già visitato l’Uzbekistan, ma tornare in queste città non significava ripetere lo stesso viaggio.
La luce cambia, cambiano le persone che incontri e cambiano le fotografie che sei capace di vedere.

Uzbekistan. Foto di Franco Cappellari

Passi lenti tra cupole e volti

Dentro le mura di Ichan Kala ho cominciato a camminare senza fretta. Il minareto Kalta Minor, rivestito di ceramiche turchesi, attirava subito lo sguardo; poi l’obiettivo si spostava su una porta, un cortile, qualcuno che attraversava una strada. Tra la fortezza Kunya Ark, il palazzo Tosh-Hovli e la moschea Juma, Khiva mi appariva come una città da scoprire un passo alla volta. Cercavo le grandi architetture, ma aspettavo anche che una presenza umana entrasse nell’inquadratura e desse una misura a quelle mura.

Per raggiungere Bukhara abbiamo attraversato il Kyzylkum.
Dopo le vie raccolte di Khiva, il deserto sembrava allargare tutto: la strada, il cielo, perfino il tempo trascorso in viaggio. Sono ore che nel programma si riassumono con una distanza in chilometri, ma che ricordo come parte del racconto. Ogni sosta era un’occasione per guardare il paesaggio e capire quanto spazio separasse le città della Via della Seta.

Minareto Kalta Minor e la Madrasa di Muhammad Amin Khan a Khiva, Uzbekistan Madrasa Mir-i-Arab illuminata di notte a Bukhara, Uzbekistan.

Durante il viaggio ci siamo fermati a fotografare alcune raccoglitrici di cotone. All’inizio erano restie e ho tenuto la macchina abbassata, lasciando loro il tempo di capire che cosa volessimo fare. Poi qualcosa è cambiato: hanno accettato di farsi ritrarre e, poco dopo, hanno voluto fotografare loro noi. Ricordo quel passaggio con più piacere di molti scatti riusciti. Per qualche minuto i ruoli si sono invertiti e il nostro incontro è diventato un gioco condiviso.

Bukhara mi ha accolto con le sue piazze, i bazar coperti e il profilo del minareto Kalon. Ho fotografato il complesso di Lyabi Hauz, la cittadella Ark e le madrase, ma mi sono fermato anche in una vecchia fucina. Dopo gli spazi aperti della città, entrare lì significava avvicinarsi ai dettagli: gli attrezzi, le superfici segnate dal lavoro, le mani impegnate in un mestiere.
Sono immagini che cerco sempre durante un viaggio. Mi aiutano a raccontare chi abita un luogo, oltre a ciò che quel luogo ha conservato della propria storia.

Lasciata Bukhara, siamo passati per Gijduvan, conosciuta per la sua tradizione ceramica, prima di proseguire verso Samarcanda. Il nome da solo basta a evocare carovane, commerci e viaggiatori arrivati da lontano. Eppure, quando sono entrato in piazza Registan, ho smesso di cercare la Samarcanda che avevo immaginato. Davanti a me c’erano le tre madrase, la gente che attraversava la piazza e una luce da seguire con attenzione.

Piazza Registan illuminata di notte, Samarcanda

PIAZZA REGISTAN

Una delle fotografie a cui sono più legato è nata sotto la pioggia. In piazza Registan eravamo rimasti soltanto io e il mio caro amico Gianni Sonsini a fotografare. Il marmo bagnato rifletteva le madrase, raddoppiandone archi, cupole e colori. Continuavamo a cercare il punto giusto mentre la pioggia trasformava una piazza che avevamo già visto in un’immagine nuova. Avevamo davanti alcune delle più belle architetture islamiche del mondo e, ai nostri piedi, il loro riflesso. Quando finalmente abbiamo smesso di scattare, è arrivato un problema molto meno poetico: non riuscivamo a trovare un mezzo per tornare in hotel. A darci una mano è stato un gentilissimo agente della polizia turistica, che ci ha accompagnati lui stesso.

Sono tornato al Registan anche con il sole. La piazza aveva tutt’altro aspetto e questa volta, davanti alle madrase, c’era un gruppo di modelle professioniste turche impegnate in uno shooting. Le ho fotografate mentre lavoravano, giocando con il rapporto tra le loro figure e la vastità delle architetture. Mi piace pensare a queste due serie di immagini una accanto all’altra: da una parte Gianni e io sotto la pioggia, in cerca dei riflessi; dall’altra una piazza luminosa, animata da persone arrivate fin lì per creare fotografie.

Vecchia fucina Raccolata del cotone

Una città attraversata, osservata, vissuta

A Samarcanda ho continuato a visitare e fotografare il mausoleo di Tamerlano, la moschea Bibi-Khanum, il bazar Siyab e il complesso di Shakhi-Zinda. Ogni luogo chiedeva un’inquadratura diversa. A volte aspettavo che uno spazio si liberasse; altre volte erano proprio le persone a rendere interessante la scena. Non volevo tornare con una sequenza di monumenti isolati, ma con il ricordo di una città attraversata, osservata e vissuta.

L’ultima parte del viaggio ci ha portati a Tashkent in treno. Mi è piaciuto anche quel passaggio: lasciare Samarcanda e vedere il paesaggio scorrere dal finestrino, senza l’urgenza di raggiungere subito la tappa successiva. A Tashkent ho ritrovato un altro ritmo, tra il bazar Chorsu, il complesso Khazrati Imam e le strade della città nuova.

Modella
Stazione della metropolitana Kosmonavtlar

Quando riguardo le fotografie dell’Uzbekistan, la prima immagine che mi torna in mente cambia ogni volta.
A volte è il turchese di Khiva, altre il volto di una raccoglitrice di cotone o il Registan specchiato nella pioggia. È questo che mi fa desiderare di tornare: sapere che, lungo le antiche rotte della Via della Seta, c’è ancora qualcosa che non ho visto e qualcuno che non ho incontrato.