RACCONTI DI VIAGGIO
Chernobyl e Prypiat
LA VITA INTERROTTA
A cura di Franco CappellarI
Chernobyl è un luogo che lascia il segno, dove il tempo si è fermato, la natura si è ripresa i suoi spazi e gli oggetti raccontano ancora le vite di chi non c’è più.
Sono arrivato in Ucraina nella prima settimana di ottobre del 2019. Sky aveva appena trasmesso la serie sul disastro di Chernobyl e avevo ancora negli occhi le immagini della notte del 26 aprile 1986. Quella data, però, per me non appartiene soltanto alla storia: ricordo ancora dov’ero quel giorno, a Torino, al Salone dell’Auto.
Non sapevo che, a migliaia di chilometri di distanza, era accaduto qualcosa che il mondo non avrebbe più dimenticato. Trentatré anni dopo ero lì, con la macchina fotografica in mano, per vedere quei luoghi con i miei occhi.
Al posto di controllo di Dytyatky ho avuto la sensazione di attraversare una soglia. Oltre, la strada continuava tra gli alberi e i colori dell’autunno sembravano quelli di un qualsiasi paesaggio ucraino. Poi apparivano un autobus arrugginito nell’erba, un edificio dalle pareti scrostate, una statua di Lenin tra i coniferi.
Mi fermavo a fotografarli, cercando di capire che cosa rendesse quei luoghi così diversi dagli altri. Forse era sapere che la vita se n’era andata in fretta, lasciando dietro di sé cose che nessuno aveva previsto di abbandonare.
Nelle campagne intorno a Chernobyl ho fotografato anche la vita che continuava. Un uomo anziano mi guardava sorridendo lungo una strada di terra; in una casa, tre bambini sedevano vicini su un divano. Lungo un sentiero, una donna e un bambino camminavano mano nella mano; tra gli alberi era parcheggiata una vecchia Lada rossa.
Quei volti e quelle scene quotidiane mi hanno ricordato che la regione non si esauriva nella città evacuata. Nei villaggi viveva anche chi era tornato dopo il disastro. Volevo che anche loro avessero un posto nel racconto.
Tra quadranti e quaderni abbandonati
Alla centrale sono entrato nel Golden Corridor, il lungo passaggio dalle pareti metalliche. Una persona in tuta protettiva avanzava verso di me e, per un istante, la scena mi è parsa un fotogramma della serie vista pochi giorni prima. Poi ho raggiunto la sala comandi del reattore 3, dello stesso tipo del 4 esploso. Davanti a me c’erano file di interruttori, quadranti, spie e vecchi monitor. Mi sono avvicinato ai pannelli per fotografarne i dettagli: numeri, lancette, etichette, strumenti pensati per dare una misura a ogni cosa. Il display del dosimetro mi ricordava che lì esisteva anche qualcosa che l’obiettivo non poteva mostrare.
Fotografavo i comandi da vicino, poi allargavo l’inquadratura per mostrare quanto spazio occupassero i pannelli. Tra cavi, pulsanti e registratori riconoscevo la tecnologia di un’altra epoca. Ero nel reattore 3, non nella sala in cui si era consumato il disastro, eppure pensavo alle persone che, quella notte, avevano dovuto leggere gli strumenti mentre la situazione sfuggiva al controllo.
A Prypiat ho trovato le immagini che da anni associavo a Chernobyl: la ruota panoramica immobile, le auto a scontro coperte di foglie, le facciate degli edifici quasi nascoste dalla vegetazione. Le ho fotografate, naturalmente. Ma sono stati gli oggetti più piccoli a trattenermi più a lungo. In un’aula, alcune sedie erano ancora allineate sotto la lavagna. Su un banco giaceva aperto un quaderno illustrato. Altrove, due sedie affiancate occupavano un corridoio dal quale l’intonaco cadeva a pezzi. In quei momenti non pensavo alle grandi cifre del disastro. Pensavo a un gesto quotidiano: sedersi, aprire un quaderno, uscire da una stanza aspettandosi di tornarci.
In un altro interno ho inquadrato una vecchia macchina calcolatrice corrosa dalla ruggine. I tasti erano ancora riconoscibili, come se aspettassero un gesto che nessuno avrebbe più compiuto. Intorno, la polvere e i detriti avevano preso il posto delle persone. Fuori, la vegetazione aveva quasi cancellato il confine tra le strade e gli edifici. Dentro, erano questi oggetti a dare una scala umana all’abbandono. Continuavo a passare dagli spazi grandi ai dettagli, cercando fotografie capaci di raccontare entrambe le dimensioni di Prypiat.
Su una parete ho fotografato anche un murale sovietico, ancora acceso di colori, con un cosmonauta e la sigla dell’URSS. Raccontava un futuro di conquiste e di fiducia nella tecnologia. Poco distante, intanto, la natura avanzava tra cemento e finestre vuote. Ho cercato di tenere entrambe le cose nell’inquadratura ideale di questo viaggio: ciò che gli uomini immaginavano di costruire e ciò che il tempo aveva fatto dei loro progetti.
IL DUGA, UNO SCATTO DALL'ALTO
Il Duga mi aspettava più avanti, oltre gli alberi. Da terra la struttura sembrava una parete di metallo senza fine. Ho fatto alzare il drone e l’ho vista cambiare forma: l’enorme antenna attraversava la foresta come una trama di ferro sospesa sulle chiome. Ho continuato a fotografare dall’alto, cercando un punto da cui far capire quanto fosse grande. Alla fine è stata proprio la distesa degli alberi a darle una misura.
Quell’immagine aerea mi ha fatto pensare a un’altra storia racchiusa nello stesso territorio. Il Duga era stato costruito durante la Guerra Fredda per scrutare il cielo. Nella fotografia, però, l’antenna sembrava già appartenere alla foresta: una costruzione immensa, pensata per individuare minacce lontane, immersa in un luogo che aveva conosciuto una catastrofe impossibile da nascondere.
Sono tornato da Chernobyl con fotografie molto diverse da quelle che pensavo di scattare. C’erano la centrale e il radar, certo, ma anche un quaderno, una fila di sedie, le foglie dentro una pista di auto a scontro. Quando le riguardo, ripenso a quel 26 aprile a Torino: mentre io visitavo il Salone dell’Auto, altrove cominciava una storia di cui avrei visto le tracce trentatré anni dopo. Nel 2019 potevo ancora attraversare quei luoghi con la macchina fotografica.
Oggi, mentre la guerra in Ucraina continua, Chernobyl è tornata a far parte della cronaca: la centrale è stata occupata e la struttura che protegge il reattore 4 è stata colpita. Guardo le mie immagini pensando alle persone che vivono questa guerra. Credevo di fotografare le tracce di una tragedia del passato; non immaginavo che quei luoghi avrebbero conosciuto di nuovo la paura.